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Recensione “Culture Vultures”
Gennaio 22, 2008, 8:46 pm
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Gli Orson hanno una storia interessante alle loro spalle: formatisi a Hollywood nel 1999, dopo vari cambi di nome e anni di gavetta hanno finalmente sfondato nel 2006 grazie al singolo No Tomorrow, canzone che ha riscosso un discreto successo anche qui nello Stivale. Ma dov’è la stranezza, direte voi? 
Bhè, il fatto è che questi ragazzi sono uno dei rari casi di gruppo assolutamente sconosciuto in patria ma che ha trovato una grossa, e grassa, fortuna qui in Europa, per la precisione in Inghilterra, al punto da avere vinto un Brit Award e di essere stati invitati ad esibirsi al concerto in memoria di Lady Diana.
Dopo il successo di Bright Idea, il precedente lavoro, gli Orson non si sono seduti sugli allori e sono tornati dritti di corsa in studio per sfondare questa seconda prova intitolata Culture Vultures. Sfatiamo subito qualsiasi dubbio: non aspettatevi novità significative perchè non le troverete, ma in compenso sono confermate tutte le buone sensazioni dell’album di debutto.
Il gruppo ha un’innato senso della melodia, il che li porta a comporre canzoni immediate che entrano subito in testa anche al più distratto degli ascoltatori. Sia chiaro però che immediate in questo caso non significa assolutamente banali, dato che comunque un certo grado di studio sugli arrangiamenti e sulla costruzione dei pezzi c’è.
Per essere proprio terra-terra e voler semplificare la loro proposta ad un genere si può parlare di un pop-rock di ottima fattura ispirato decisamente alla scuola inglese piuttosto che a quella americana.
Ecco perciò che si passa dai chiari riferimenti ai Beach Boys in Little Miss Lost and Found alle schitarrate, mai troppo violente, di Gorgeous, miglior pezzo dell’album, alla ballatona immancabile rappresentata in questo caso da Where You Are.
Il ritmo è molto buono, la tracklist è ben studiata anche se bisogna ammettere che si avverte un certo calo nelle ultime tre tracce, cosa che penalizza un po’ un lavoro che altrimenti sarebbe stato davvero da comprare ad occhi chiusi.
La prova della band è davvero buona, gli strumenti si intrecciano molto bene prendendosi ognuno il proprio spazio senza toglierlo agli altri; menzione d’onore spetta al suono del basso, strumento fin troppo maltrattato nella musica moderna e che invece qui è sempre pulsante e presente. Jason Pebworth sfodera una prestazione vocale davvero degna di nota, mai sopra le righe e ricca di partecipazione; buone anche le lyrics che, nonostante non esulino dal tema amoroso tipico dei gruppi pop rock, non suonano scontate e riescono anche a toccare in certe occasioni.
In conclusione un ottimo lavoro, perfetto per un party o per tirarsi su di morale, ma non fate l’errore di considerarlo semplicemente come musica da sottofondo!  
Vi allego il video di Ain’t No Party, primo singolo di questo lavoro. 
 
Voto: 7/10 

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